Il Gruppo Padano di Piadena

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PIADENA NERA


Nota aggiuntiva per i visitatori Internet

La tiratura ed impaginazione del quaderno "Piadena nera", riprodotto fedelmente, è stata curata dai giovani del gruppo della biblioteca popolare di Piadena nell'aprile 1962.
Le interviste e trascrizione dai nastri sono state curate da Giuseppe Morandi e Aldo Tonini
I disegni sono di Corghi Amarilli.

Piadena nera

Indice

1- Premessa, raccomandazioni e precisazioni Vai a ...
2- Nascita del Fascismo a Piadena "testimonianze" Vai a ...
3- L'affermarsi del Fascismo "testimonianze" Vai a ...
4- I giovani "Testimonianze" Vai a ...
5- Riflessioni (1962) Vai a ...
6- Conclusione Vai a ...


Premessa

Noi giovani non ci accontentiamo dei libri di storia, che descrivono con distacco gli eventi del nostro secolo, e per meglio comprenderli vogliamo anche sentirli raccontare da chi li ha vissuti, da chi nella lotta è diventato uomo, formando e temprando il suo carattere.
Dopo le inchieste sugli scioperi contadini del 1948-49, e l' inchiesta sull'occupazione della filanda, ecco ora in parole semplici, la scena drammatica dell'avvento del fascismo nel nostro paese, raccontato da chi ne è stato testimone.
Ora sappiamo che cosa fu il fascismo, perché dentro alla pagina di storia sentiamo battere il cuore del popolo.
Questo è soltanto l'inizio di una raccolta di testimonianze che noi ci proponiamo di continuare nel tempo, chiedendo a tutti coloro che furono testimoni o conservano documenti inoppugnabili, di collaborare.

Raccomandazioni e precisazioni

1- Noi non vogliamo, col presente fascicolo, colpire i singoli fascisti, i nomi dei quali sono stati citati soltanto quando era indispensabile ai fini della chiarezza del racconto; invitiamo perciò il lettore a vincere la naturale curiosità di individuare personaggi e testimoni, elevandosi al di sopra del pettegolezzo e inquadrando il fascismo piadenese nella giusta cornice storica.

2 - Il fascismo presenta necessariamente molte lacune che ci auguriamo di colmare in parte nel futuro. Esse però, non sono dovute a trascuratezza, ma al diffuso timore di fare dichiarazioni responsabili, perchè oggi viviamo in un regime che apparentemente è democratico, ma sostanzialmente opprime il cittadino con mille paure (il posto di lavoro, la perdita del cliente, ecc.).

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Nascita del Fascismo a Piadena

Capita alla fine di ogni guerra quell'unità nella gente e quella partecipazione alla vita politica del paese, provato dalla morte e dalla miseria.
Erano pochi mesi che la guerra del 1915-18 era finita e ancora i figli e i mariti dovevano ritornare dal fronte, che già gli ex interventisti ritornavano a strombazzare la parola "Patria", con lo stesso accanimento di prima della guerra. (L. D. Manovale)

1919: la sassaiola
Nel '19 in primavera, tra il mese di marzo e aprile, a Piadena venne Bissolati per tenere un comizio. Lui era stato un socialista ex interventista e come tanti era uscito dal partito.
Di fronte al Caffè Centrale si era riunita una infinità di gente, io non ne ho mai vista tanta a Piadena, che a lui ed al suo seguito gridava parolacce:
"Vigliacchi, faccioni, andatevene a casa".
Lo scoraggiarono di parlare e restò nel Caffè. Ma la gente non si muoveva, stava ferma di fronte al bar a gridare.
Poi Bissolati, Farinacci e il seguito di 15 o 16 persone, tra le quali il podestà di Piadena, Madella, Bazzi, l'avvocato Montanari, parecchi dei quali vestiti di nero con il cappello a cilindro, uscirono e si avviarono verso il Referendum (saletta per conferenze che si trovava nel palazzo scolastico n.d.r.).
La gente li seguiva ed io che ero un ragazzino ci stavo in mezzo. All'angolo della via delle scuole Abele Casnici (che non era ancora diventato fascista) quando passò Bissolati gli sputò in faccia dicendogli: "Prendi farabutto, è quello che ti meriti!". Ma quello neanche si voltò e proseguì col gruppo verso il referendum.
Entrati nel palazzo delle scuole si chiusero dentro ed io e tutta l'altra gente restammo fuori a gridare. Il vecchio "Sifula" allora scavalcò il muretto dove erano le legnaie delle scuole, attraversò il cortile e si arrampicò sul canale che passava davanti alla finestra del primo piano che dava sul corridoio. Spaccò il vetro, entrò e corse giù dalle scale ad aprire alla gente che stava fuori. Come una valanga si scaraventarono dentro, salirono le scale e si portarono di fronte alla camera del Referendum, dove questi si erano rinchiusi. Con due o tre spallate la sfondarono ed entrarono gridando e mollando pugni. Se ne diedero parecchi e quelli che si erano rinchiusi cercavano di raggiungere la porta per scappare.
Io arrivai ai piedi della scala quando gli altri avevano già sfondato la porta e assieme alla confusione di gente che saliva e scendeva, correvano giù dagli scalini i cilindri di Bissolati e compagni.
Finì che scapparono di nuovo al Caffè Centrale e la gente dietro a gridare. Si rinchiusero nel Caffè, che aveva la vetrata coperta dalle imposte di ferro e vi restarono un quarto d'ora circa. La gente dalla piazza non andava via.
Ad un certo momento uscirono dalla porta Farinacci che non era ancora niente e faceva il capostazione a Gazzo e Peppino Madella con un tavolino di ferro che sistemarono fuori dalla terrazza. Farinacci ci salì sopra deciso a parlare.
Peppino Madella, l'unico, gli stava davanti e gridava "Bravo, Bravo".
Appena Farinacci cominciò, dalla parte dei portici, dove stava ammassata, tutta la gente gridò:
"Faccioni, andatevene a casa!" e cominciarono a lanciare sassate. L'oratore restò ancora un po', ma dalla piazza cominciarono le sassate, qualche sasso frantumava i vetri delle finestre di fronte, ed erano grossi, anche perché i sassi li toglievano dal selciato che era di ciottoli.
Peppino Madella, alle prime sassate, corse sotto il tavolino, poi tutti e due entrarono di nuovo e alla svelta nel Caffè.
Era decisa la gente, aveva sofferto una guerra di morti e di fame, ed ancora quelli che la vollero, venivano a ripetere quei sentimenti che la causarono. Passò ancora del tempo e nessuno si muoveva da piazza; il Caffè restava chiuso, tutti erano pronti a respingere qualsiasi ne fosse uscito per parlare.
Ad un tratto la porta si aprì, tutti si fecero sotto, ma si affacciarono i questurotti che avevano dei bastoni lunghi un metro e grossi un dito, li ricordo bene, e cominciarono a mollare botte da orbi. Erano venuti con un camion da Cremona e per non farsi vedere erano entrati nel Caffè dalla circonvallazione.
Per un momento tutti si fecero sotto. Per difendersi avevano sfasciato due banchetti dei fruttivendoli, delle gambe e delle assi ne facevano bastoni. Le mele e l'altra frutta erano per la strada e volavano anche in mezzo alla gente.
Massalamort era uno di quelli davanti e non si arrendeva ai questurotti perché credeva di avere un buon rinforzo alle spalle, ma la gente alle botte si sparpagliava e lui si trovò solo davanti ai questurotti.
Glie ne diedero tante che sanguinava tutto, io l'ho visto quando è caduto per terra e glie ne davano ancora.
Con un altro in quella confusione siamo scappati nel vicolo dei fabbri in cerca di riparo. Correndo ho visto una pietra e tra me pensavo "adesso se mi corrono dietro gliela tiro addosso", e siamo lì che corriamo e vediamo sbucare dal vicolo due questurotti con quei lunghi bastoni che avanzano di corsa. Non ho più pensato a niente e alla prima porta che ho trovato mi sono infilato dentro con l'amico. Era la cascina dove sta adesso Ganzi. Siamo corsi in stalla tra le bestie buttandoci nella greppia e coprendoci di fieno. Restammo là, col cuore che ci saltava fuori dal petto, parecchio, sperando che tutto passasse. Quando uscimmo, dopo più di mezz'ora, era tutto passato. (L. D. Manovale).

Era il primo atto di antifascismo a Piadena. ( A. N. - Operaio)

1919: Fasci Italiani di Combattimento
Non so se nel 1919 c'era la possibilità di formare in Italia un regime socialista, e se il popolo italiano era pronto o no. I socialisti ci dicevano che il proletariato italiano non era pronto per prendere in mano il potere. Mentre secondo me, con l'occupazione delle fabbriche era stato dimostrato che eravamo pronti.
La borghesia non aveva ancora preso piede ed era tentennante. Il Partito Fascista in Italia c'era già, i Fasci Italiani di Combattimento sono stati costituiti al principio del '19, quando la gente ritornava dalla guerra, e quegli imboscati di ufficialetti cercavano ancora di inquadrarli per fare la manifestazione patriottica.
Tutti quelli che ritornavano dal servizio militare e avevano fatto tre, quattro, cinque anni, erano stanchi della guerra e non volevano aderire a quelle associazioni patriottiche. Questi fasci erano differenti da quelli del Fascismo che verrà dopo. (F. L. Operaio)

 

1920- 1921 : Il terrorismo

Il terrorismo è cominciato dopo il '20 a elezioni amministrative finite e nel '21 dopo le nuove elezioni politiche.
Il Fascismo si è presentato sotto un'altra forma, assieme ai Liberali, tant' è vero che a Piadena c'erano tre liste: quella della "Casetta" (fascisti e signori), quella Socialista e quella Comunista.
Chi ha ottenuto il maggior numero di voti è stato il Partito Socialista, la Casetta ha ottenuto 124, 125 voti.
Dopo le elezioni la reazione è diventata più forte e sono cominciate le stangate.
I primi fatti di terrorismo capitarono a Bologna, poi man mano il fascismo si sviluppò nel mantovano e nel cremonese. (F. L. - Operaio)

1921: bastonate

Al martedì picchiavano forte a Piadena. Si radunavano i fascisti dei paesi vicini e correvano tra i banchi a prendere uno o l'altro per bastonarlo. Sotto il banco di un formaggiaio si era nascosto un giovanotto che volevano bastonare.
L'avevano scoperto e lo stavano tirando fuori, ma lui resisteva e intanto gli mollavano bastonate sulla testa ed in ogni parte del corpo.
Una donna che faceva spesa disse a chi lo bastonava: "Ma smettetela di picchiarlo! Volete ammazzarlo!"
"Le volete voi?" le rispose uno.
E pam, una bastonata sul naso. Le è venuto un nasone, e l'hanno accompagnata in farmacia, che era lì vicino. (M. C. Casalinga)

1921: olio di Ricino

Davanti a Palvarini si era formato un circolo di gente ed io, che ero ragazzina, ci sono corsa in mezzo per vedere cosa succedeva.
In mezzo ci stava Favin, el Nani di Calvatone, Pavon e Bigion Bolsieri e un uomo di Castelfranco chiamato "Ciciarella".
Pavon teneva in mano un bicchierotto di un quarto di litro di olio di ricino, gli altri tenevano Cicciarella per farglielo bere.
Cosa avesse fatto non lo so, forse doveva aver detto qualche parola di traverso! So che stava la in mezzo, abbandonato, con il volto stravolto e la camicia sbottonata, di tanto in tanto si metteva alla bocca l'olio e dopo qualche sorsata lo toglieva e diceva a quelli che glielo facevano bere:
"Fin per carità figli, basta che mi fate morite!"
"Avanti, bevi, vuota il bicchiere che ti lasciamo andare!".
Si portava ancora il bicchiere alla bocca e dopo brevi sorsate lo toglieva, e con quel volto esterefatto e lo sguardo sconvolto ripeteva:
"Fin per carità figli, basta, basta, non ce la faccio più, mi fate morire!"
"Spicciati e vuota il bicchiere".
Glielo fecero bere tutto e non arrivò fuori di Piadena che aveva già pieni i calzoni. Si fermò in un campo per pulirsi, ma ogni tanto si doveva fermare. L' hanno rovinato.
(M. C. - Casalinga)

1921: La Cooperativa di Vho

Abbiamo fondato la Cooperativa di Vho nel 1918. Lo spaccio, che prima era solo per la vendita di vino, divenne poi misto. Era situato nella casa all'angolo di via Cavour, davanti al ricovero.
La nostra cooperativa divenne in breve fiorente ed acquistò la casa di via Manzoni: costava 57.800 lire e ne avevamo già pagate 50.000.
Quando i fascisti ordinarono di svendere altrimenti avrebbero bruciato tutto, noi dovevamo pagare ancora 7.800 lire e il proprietario la vendette a Toninelli Luigi, non rimborsando alla cooperativa la somma già pagata. Eravamo nel 1921.
Andai con Alessandro Busi perfino dal Procuratore del Re per riavere la somma pagata al proprietario, ma non ci riuscimmo.
Noi soci avevamo investito i modesti risparmi per l'acquisto della casa e non fummo più rimborsati. Erano momenti brutti. Ricordo che quando ci riunivamo in consiglio, i fascisti piantonavano la cooperativa e volevano bastonarci. (L. F. Impiegato)

1922: la Cooperativa di Piadena

La prima cooperativa di consumo è sorta a Piadena nel 1918, per iniziativa di alcuni volenterosi che con l'aiuto della Federazione di Cremona, hanno iniziato la loro attività.
Negli anni in cui fu fiorente (1918, '19, '20 e '21) la nostra cooperativa pigiava un forte quantitativo di uva, e macellava in media due maiali alla settimana.
Le condizioni finanziarie erano ottime e pagavamo a pronta cassa i fornitori. Nel giro di pochi anni avevamo da parte un capitale quasi sufficiente per comperare la casa dove si trovava lo spaccio, ma il nostro sogno sfumò nel giro di poco tempo, da quando cioè iniziarono le rappresaglie fasciste che condussero alla liquidazione della società nel 1922.
Appena fondammo la Cooperativa, trovammo degli ostacoli negli esercenti i quali però si limitavano a calunniarci e non potevano con le sole calunnie intaccare la solidità della società. Quando però le prime bande fasciste furono organizzate, gli esercenti se ne servirono e con loro tutta la classe padronale, per concretizzare tutto il loro astio con azioni materiali rivolte dapprima contro il presidente della cooperativa, poi contro i consiglieri ed infine contro la società fino alla liquidazione.
La liquidazione avvenne secondo le norme procedurali normali e cioè fu reso liquido il capitale e i soci furono rimborsati con lire 75 contro la quota versata che era di £ 25.
Io allora ero presidente e fui costretto a rifugiarmi a Roma in seguito alle rappresaglie dei fascisti i quali appena potevano ricorrevano al bastone per sfogarsi contro di noi. Paolo Pavesi, che era consigliere, fu minacciato più volte, Ferruccio Laghi fu bastonato. I fascisti consideravano la cooperativa il covo delle forze popolari. (P. A. Artigiano)

1921: fondazione della Sezione del P. C. I. di Piadena

Siamo stati in sette che abbiamo fondato la sezione del P C I a Piadena: io, Sbravati, Donelli e degli altri che non ricordo, subito dopo il Congresso di Livorno che è avvenuto il 21 gennaio del 1921.
(F. L. operaio)

1922: i Consiglieri del Comune di Vho si dimettono

Un giorno Orefici, che era stato mio compagno di scuola, mi ferma per strada, davanti alla casa dove adesso c'è la bottega di Rosa, e mi dice:
"Voi dovete dimettervi da consiglieri comunali!"
"Tu pensa ai tuoi affari! - ho risposto io - che noi pensiamo ai nostri! Ci dimetteremo se avremo voglia e non perché lo dici tu".
Al primo consiglio che c'è stato ho riferito del colloquio. Il consiglio ha discusso a lungo ed infine ha deciso, in seguito quanto avveniva in altri comuni, di dimettersi. Io ero contrario; avrei preferito che fossero venuti col bastone a mandarci via. (L. F. Impiegato)

1922: i Consiglieri del Comune di Piadena si dimettono

L'ultima seduta del Consiglio l'abbiamo tenuta il 21/4/1922.
Erano presenti: Toninelli Angelo, Pavesi Paolo, Pavesi Giuseppe, Dellabassa Luigi, Amadasi Giuseppe, Laghi Ferruccio, Dellabassa Agostino, Ponzoni Annunciato e Pedrazzini Arnaldo.
Il fascismo non era ancora al potere, ma aveva già preso piede in Italia e se anche a noi in faccia non lo dicevano correvano voci che volevano farci dimettere.
Un bel giorno i caporioni del paese andarono dal segretario e gli dissero che entro un breve tempo dovevamo dimetterci.
Il prefetto ci aveva detto di non dimetterci, che avrebbe messo a disposizione delle guardie regie, ma l'olio e le botte scoraggiarono i più. Io ed Amadasi siamo restati in carica ancora otto giorni, dopo che gli altri avevano dato le dimissioni, il Prefetto voleva darci due guardie regie per la sicurezza della nostra persona, ma non le abbiamo volute.
Era questione di giorni, non voleva dire niente resistere in uno o due, quando la maggioranza dei consiglieri si era dimessa, così in capo agli otto giorni ci dimettemmo. (D. A. Artigiano)

1922: il Commissario Prefettizio

Dai primi di luglio del 1922 al 17 12 /1922 amministrò il comune il commissario prefettizio dott. Gaetano Feraboli.
Al termine della seduta in cui si insediò il nuovo consiglio non eletto dal popolo, egli dichiarò (dal verbale delle deliberazioni del consiglio comunale conservato presso gli archivi comunali):
... "Signori consiglieri ho finito. Chiudo parafrasando un detto dell'illustre patriota letterato Giannino Antonio Traversi. Dopo brevi periodi di oscuramento Piadena è risorta. A chi deve andare debitrice di tanto? Alla nuova gioventù d'Italia che dopo averla salvata in guerra ora ne va ovunque rivendicando la sua gloria. Per me la nuova ed eletta gente di questo Consiglio Comunale, alla quale rinnovo il mio rispettoso saluto,è essa sicura che Piadena in breve riacquisterà il positivo suo prestigio. E con questo augurio che mi parte dal cuore, dichiaro insediato il Consiglio Comunale".

1922: il Consiglio imposto dai Fascisti

Facevano parte del Consiglio non eletto dal popolo, ma imposto dai fascisti: Bertoli Mario, Boari Annibale, Montanari avv. Pietro, Bazzi Augusto, Girelli Giovanni, Nicola Calisto, Mombelli Umberto, Ciaschetti Gualtiero, Amadasi Francesco, Prandi Stefano, Fellini Ferruccio, Nanini Ermando, Nostrini Antonio, Lanfranchi Giuseppe e Ceriali Gaetano.

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L'affermazione del Fascismo e le condizioni di vita

28-10-1922 La Marcia su Roma

Il governo aveva portato a far firmare dal re lo stato di assedio perché in effetti i fascisti comandavano loro, non avevano più le squadre di 20 uomini, avevano dei reggimenti, avevano delle mitraglie, ma il re non l' ha firmato e il governo si è dimesso.
E Mussolini e gli altri sono andati a Roma in treno, il re l'aveva chiamato per formare il nuovo governo, nessuno gli ha sparato addosso e, come dicono loro, hanno fatto la rivoluzione.
L' hanno fatta perché gliel' anno lasciata fare. (F. L. Operaio)

1922 Assalto alla Caserma

Quella sera nessuno sapeva che doveva esserci l'assalto alla Caserma. Cominciò ad arrivare gente da ogni parte, fascisti di ogni paese.
La gente diceva:
"Ce n'è tanti nei prati, Dio mio cosa succede, ci vengono in casa!"
Fuori i Fascisti mandavano a casa la gente:
"Via, a letto, andate a letto!"
Nessuno doveva fermarsi nei caffè.
Quella notte siamo andati a letto tardi: stavamo alla finestra con delle lanterne. Tutta quella gente gridava, dalla parte della caserma si sentiva una confusione. Dopo abbiamo sentito che avevano disarmato i carabinieri. I carabinieri non contavano più niente, c'erano loro: i fascisti. (M. P. Casalinga)

Gli Agrari e il lavoro nei campi

Prima della guerra il lavoro non era a ore ma a giornata. Dopo, i braccianti, come gli operai nelle fabbriche, lottarono per le otto ore di lavoro, paga oraria, previdenza sociale.
Gli agrari che prima il bracciante lo sfruttavano per un numero indeterminato di ore, furono i primi a lamentarsi. Ecco perché sono entrati nel Fascio. (F. L. Operaio)

I Braccianti

I braccianti erano ridotti ad un gregge di pecoroni. Tutti avevano paura e tutti erano chiusi in se stessi. Nei campi si parlava quando il padrone era lontano e certe volte si taceva anche quando non c'era nessuno, perché avevano paura che ci fosse qualche spia tra loro, e non avevano voglia di prendere bastonate per una parola male interpretata. Buona parte erano iscritti al fascismo, io non mi sono iscritto perché facevo il mezzadro ed ero indipendente, ma di fascisti veri ce ne saranno stati il 30%. Gli altri , in se stessi, non erano fascisti, ma non avevano la forza e il coraggio di dichiararlo.
I fascisti si potevano dividere in tre categorie:

1) I fascisti fanatici.
2) I fascisti dopo Matteotti (Dopo che Matteotti fu assassinato molti, per non fare la stessa fine, si iscrissero al Fascio, ma non erano fascisti convinti).
3) I Fascisti opportunisti.

(R. A. Contadino)

Antifascisti

Antifascisti attivi al Vho non c'erano. Di propaganda scritta non ne circolava, almeno tra i braccianti: non si fidavano uno dell'altro. A Silvio Fugulant può darsi che ci sia arrivato qualcosa. Comunque a fare della propaganda contro il fascismo bisognava stare con le scarpe alzate, perché se li trovavano...! (R. A. Contadino)

Notti

Mi ricordo quando di notte Poltronieri, Giuvan de li Medai e altri, passavano sotto la mia finestra a cantare:
"Tu Farina con la cassuola e noialtri con la berriola, te la faremo passare!"
Che notti! Non dormivamo nemmeno. Scendevamo in camicia, al buio, a guardare attraverso le imposte chi erano. Avevo il cuore che non stava nel petto. Avevo due figlie piccole a letto e lui era l'unico che lavorava. (M. E. Casalinga)

La vita in paese
Non tutta la gente del paese si era sottomessa al fascio, nella popolazione lavoratrice c'era resistenza. I partiti vivevano una vita semiclandestina. Certo che loro quando vedevano delle bandiere rosse le bruciavano in piazza, ma la nostra non sono mai riusciti ad averla. Prima l' ho tenuta io sul letto come coperta, poi quando sono venuto ad abitare a Canneto l' ho consegnata a Feroldi che l' ha murata sotto uno scalino di casa sua. (F. L. Operaio)

1922 : Il Tribunale speciale
Dopo la marcia su Roma venne istituito una specie di Tribunale Speciale presso la sede del Fascio in via Platina.
Presidente era l'avvocato Montanari, poi c'era Annibale Boari, Bazzi, Balestreri, Casali e degli altri. I sospetti di idee contro il regime venivano arrestati e portati davanti a questo Tribunale.
I più venivano condannati per antinazionalismo e per resistenza al regime. Il giudizio era sommario ma la condanna forte.
Pavesi è stato condannato a sei mesi di allontanamento dal paese ed a una multa in danaro, Ciato all'allontanamento dal paese, Pedrazzini all'allontanamento e ad una multa in denaro, Annibale Bonazzoli, perché era povero, a portare sempre una fascia tricolore al braccio. (A. N. Operaio)

1922: un condannato

Dopo la marcia su Roma, verso i primi di novembre, mi scarcerarono e mi portarono davanti al Tribunale. Mi hanno detto:
"Siccome a forza di legnate non hai mai capita, noi adesso non ti picchiamo ma ti mandiamo via. Verrai quando te lo diremo noi".
Sono andato a Brescia e definitivamente a Cremona dove mi sono impiegato, ma la cooperativa dove lavoravo è passata al Fascio, e sono ritornato al paese, essendo stato amnistiato.
Quello che stabilivano quei tribunali doveva essere eseguito altrimenti se ti condannavano di andare via dal paese e non ci andavi, ti ammazzavano. (F.L. Operaio)

Osterie

Nelle osterie di sera non ci si andava di frequente come adesso. Potevano entrare le camice nere e se tra quattro che giocavano a briscola c'era qualche ragazzo gli comandavano di gridare:
"Viva l'Italia. Viva il Duce".
Un ragazzo gli obbediva, ma se lo comandavano ad un anziano e non gridava erano botte.
A San Giovanni hanno ucciso marito e moglie perché alla moglie ordinarono di gridare "viva L'Italia", e lei rispose:
"Baciategli il culo alla Maglia" e il federale che era presente, con la pistola li ha uccisi tutti e due. (R. A. Contadino)

1926: Le Leggi Eccezionali

Al Duce avevano fatto diversi attentati (qualcuno era addomesticato, per costringere il re a mettere fuori legalità i partiti, perché si diceva scaldassero la testa alla gente).
Anche i cattolici quelli del P. P. hanno votato a favore della proposta di legge del Duce, credendo che il Fascismo non potesse prendere quella forza che poi mano a mano ottenne.
Fuori legalità i partiti, qualcuno si è iscritto al fascio: erano comunisti, socialisti, cattolici. Gli altri o che sono stati qui in Italia clandestinamente a lavorare o che sono andati all'estero.
La Legge eccezionale era questa: "solamente il partito Fascista comandava l'Italia", e cominciarono così a mettere in galera tutti i comunisti e socialisti che c'erano. (F. L. Operaio)

Dov'è la bandiera del P.S.I. di Vho

Volevano sapere da mio zio Giacomo dove avevano nascosto la bandiera del partito socialista. Lo chiamarono in sezione e gli domandarono:
"Dove avete nascosto la bandiera?"
"Non lo so!"
"Dove avete nascosto la bandiera?" gli domandarono di nuovo.
"Non lo so!"

Stavano per dargli uno schiaffo, ma urtarono contro un vetro e lo frantumarono. Quella volta se la cavò pagando solo il vetro.
Un agricoltore si tagliò le viti, per poi dare la colpa a mio zio. Lo denunciarono, più avanti lo processarono, lui, non ne sapeva niente.
Non lo lasciavano in pace, però. Un pomeriggio, mentre aspettava d'attaccare (riprendere il lavoro n.d.r.), sotto al portico con gli altri 25 braccianti, il padrone lo chiamò fuori dalla porta. L'aspettavano Igi Ponzoni e Palvarini:
"Ecco chi è stato a tagliare le viti!" gli dissero correndogli incontro con due bastoni in mano e mollandogli stangate in ogni parte.
Lui non sapeva come difendersi. I braccianti sotto il portico stavano fermi a guardare, mentre lui scappava e veniva rincorso. Sanguinava.
Andò a nascondersi dietro la legnaia nell'aia di Ceste, lo scoprirono e lo bastonarono ancora.
Ha fatto 90 giorni di letto, con la schiena nera. Poi non è stato più un uomo, con gli anni che passavano diventava sempre più gobbo. Le sue figlie per vendetta, alla domenica andavano vestite di rosso. (R.A. Contadino).

Capelon

Capelon era un uomo grande e grosso, e portava sempre con sè una "rampina" che appoggiata a terra gli arrivava a mezza vita.
Un pomeriggio ritornava a casa dalla Delmona con la carriola con sopra la rampina. All'angolo di Pellegrin, 20 o 25 fascisti, con in mano dei bastoni l'aspettavano.
Arrivando, li vide! I fascisti gli vennero incontro e lui, messa da parte la carriola, staccò la rampina e disse:
"Venite a darmele, se siete capaci!"
Loro erano in tanti e lo aggirarono, ma non riuscirono ad avvicinarsi, perché si difendeva con la rampina. Scappare non poteva perché era circondato, allora prese lo stradone e a piedi, con la rampina in mano, si avviò verso Piadena. Gli andarono dietro e nella mischia gli strapparono la camicia e con qualche legnata lo fecero sanguinare. Ma andava sempre avanti, e i fascisti dietro a dargli stangate. Si difendeva come poteva gridando:
"Vi taglio il collo!"
E' arrivato a casa senza camicia, nudo e sanguinante da tutte le parti. Sua madre lo aspettava sulla porta e quando l' ha visto, si è messa a gridare alla gente che era venuta in strada:
"Guardate come l' hanno ridotto quegli assassini!"
Lui quando le fu vicino le disse:
"Vieni in casa!"
(E.A. Contadino)

La Tessera

Nel '22 i fascisti decidono di farla finita col partito socialista e col partito comunista e per lavorare bisognava avere almeno la tessera del sindacato.
Un giorno mi mandano a chiamare in Comune con altri quattro del paese. Saliamo lo scalone entriamo nell'ufficio:
"Per lavorare bisogna avere la tessera del sindacato!" ci dicono.
"E noi che la prendiamo! Basta lavorare!" gli rispondiamo.
"Poi sarebbe bene prendere anche quella del partito."
"Quella non la prendo" gli dico.
Prima che fossi uscito mi dicono:
"Ci vuole anche la coccarda da portare".
"E io che la prendo! - gli rispondo convinto - così domenica la porto!"
A casa l'ho messa sul fuoco. Ero iscritto al partito socialista da dopo la guerra. (F.A. Muratore)

A quel tempo chi non aveva la tessera del Partito Fascista non lavorava. Io non ho mai voluto che i miei uomini si iscrivessero e li ho avuti per un inverno a cavalcioni della greppia, senza guadagnare una palanca, due uomini.
Dopo il due di marzo, la campagna si sviluppava, i debiti crescevano e mangiare bisognava. Se non lavorava nessuno come si poteva andare avanti? Allora sono andata da un mio compagno che lo chiamavano Marunsel, che era il capo dei fascisti e gli ho detto:
"Ho due uomini che è tutto l'inverno che non fanno niente, io adesso prendo la tessera per farli lavorare, non per andare ad ammazzare la gente, ricordatelo bene!" (B. A. Casalinga)

1930 : Comunardo

Nel '24 quando è nato il mio primo figlio ho voluto chiamarlo Comunardo. Il Fascismo c'era già nel '22 e quando andai in comune a notificarlo mi dissero che il nome Comunardo non glie lo potevo mettere. Se avessi aggiunto un altro nome poteva anche andare.
"Ma si, metteteci Comunardo Spartaco!" gli dissi. E lì andò tutto liscio.
Nel '30 quando cominciò ad andare a scuola non lo chiamavano con il primo nome ma col secondo cioè Spartaco.
Nel gennaio del '32, prima che mi mettessero in galera, un giorno mi mandarono a chiamare in Comune. Era arrivato un decreto del Tribunale speciale di Roma col quale cambiavano i nomi di Comunardo Spartaco con quelli di Benito Romano. Io dovevo firmare per l'accettazione, ma non ho voluto.
"Mio figlio lo voglio chiamare col nome di Comunardo e non con quelli che m' impone lo Stato".
(F. L. Operaio)

La Divisa

Ai miei tre figli la divisa non gliel' ho mai voluta prendere. Un giorno è venuto a casa il mio Comunardo con la divisa di un suo compagno:
"Adesso te la levi e gliela porti indietro!" gli ho detto.
Una volta la maestra mi manda a chiamare dal bidello perché era arrivata la direttrice:
"Questa è la mamma dei Fracassi!" le dice.
"Perché manda a scuola i suoi ragazzi senza divisa?" mi domanda la direttrice.
"Io devo prendergli la divisa quando suo padre è al confino? Non gliela compro e non se la metteranno mai."
"E se gliela regalassero?" mi disse la direttrice.
"Non gliela farei mettere!"
E la maestra: "Per me se non gli compera la divisa gli faccio ripetere 20 anni la prima, 20 anni la seconda e 20 anni la terza".
Me li lasciarono a casa per un mese o due, poi una mattina venne il bidello a dirmi di mandarli a scuola. E ci andarono e ci restarono senza divisa. Comunardo è arrivato alla quinta, le altre no!
(Moglie di F.L. Casalinga)

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I Giovani

Nei primi dieci anni del regime i giovani che al suo sorgere erano ragazzi dai 15 ai 18 anni si organizzarono e maturarono in loro una coscienza politica.

Le Bastonate

Capitava di trovarsi in una sala da ballo e si sentiva gridare:
"Arrivano i fascisti! Arrivano i fascisti!" e scappavamo dalla finestra per non farci prendere.
Alla sera mentre camminavamo per il paese in tre o quattro, capitava di sentire gridare:
"In piazza bastonano!" e via di corsa in casa del più vicino.
Per quella notte restavamo là a dormire e per rappacificare i nostri di casa, mandavamo la madre dell'amico dove eravamo rifugiati ad avvisarli, e per quella notte restava a dormire in uno dei nostri letti, perché noi dormivamo nel suo. (A. N. Operaio)

La Libertà

Abbiamo cominciato da ragazzi col trovarci clandestinamente alla sera sulle sponde del Laghetto a parlare.
"Hai sentito questo? Hai sentito quello?"
Si parlava di quello che succedeva in paese e di quello che vedevamo.
Libertà di girare, anche per noi ragazzi, ce n'era poca, bisognava stare all'erta. (M. V. Operaio)

Stampa Clandestina

Noi comunisti eravamo organizzati, avevamo formato le nostre cellule tutte collegate tra loro e il materiale lo facevamo passare. La stampa veniva dalla Francia ed era trasportata in valigie fino qua. Anche ai socialisti arrivava la stampa di contrabbando, ma erano quei tre o quattro che la leggevano e poi se la tenevano in casa ed era finito tutto. (A. N. Operaio)

1932: Festa del 1 Maggio

Per il primo maggio del 1932 avevamo organizzato un' affissione di manifesti per tutto il paese. Il momento per poterli affiggere era la sera, ma c'erano le luci per le strade e potevano vederci. Parlammo con C. che ci insegnò come potevamo fare saltare le valvole e mettere il paese al buio. Viene la sera ed il paese restò buio e noi potevamo girare tranquillamente con le nostre carte.
Ne avevamo attaccati su tutti i muri e su tutte le porte, fin su quella della Caserma, ai pali della luce lungo la stradone fino a Cremona.
Alla mattina i fascisti si trovarono il paese addobbato di tutti quei manifesti con le scritte contro il regime che invitavano i lavoratori a resistere, a "festare" perché era la festa del lavoro. Te la immagini che rabbia! E non sapevano con chi prendersela, non sapevano chi era stato.
Il Paese per loro, forse, era già diventato un gregge di pecoroni e quando si sono trovati di fronte ad una dimostrazione simile, te lo immagini come sono restati male! (A.N. Operaio)

 

1932: I primi arresti

Qualche mese dopo tre giovani comunisti erano ricercati e volevano scappare in Francia, ma a Genova vengono fermati e ci trovano nelle canne della bicicletta dei manifestini. Cosa se ne facevano, chi lo sa. Vengono arrestati e interrogati e cantano, rivelano i nomi di quelli che facevano parte della nostra organizzazione.
Verso il 26, 27 giugno, la mattina verso le quattro, arriva a Piadena un carrozzone della Questura ed entrano nelle case di quelli che facevano parte dell'organizzazione per arrestarli.
Io ero a letto. Picchiano alla porta e i miei di casa ci aprono. Domandano dove sono.
Nella camera avevo un rotolo di manifesti e corro in soffitta a nasconderli sotto le tegole, per fortuna non li hanno trovati.
Entrano nella camera da letto e mi dicono:
"Siete in arresto!"
Con me avevano arrestato Finardi, un ragazzino, Dellabassa e altri.
Ci portano a Cremona. Ci interrogano uno alla volta, due, tre e quando non rispondevi erano botte. Io non ho mai parlato. C'erano dei poverini che raccontavano tutto, fino in fondo. Dopo ne sapevano anche troppo e li hanno lasciati in pace.
Forse era perché ero giovane che avevo quel coraggio, ma quando uno comincia ad avere una famiglia, dei figli, e non ha appena da pensare per la propria vita, ma ha la responsabilità anche per quella dei figli, è più facile cedere e non si può fargli una colpa. (A. N. Operaio)

Mi arrestarono sul lavoro. Un milite mi disse:
"Venga un minuto in Caserma!"
Da quel momento ci feci dentro quattro mesi.
Da Piadena ci mandarono a Cremona. Là ci rinchiusero in camera di sicurezza, isolati e ci restammo due mesi. Da Cremona ci mandarono a Castelfranco Emilia, con tre o quattro amici del paese. "Chissà dove ci mandano!" ci domandavamo. (M.P. Ferroviere)

1932: In Carcere

In cella eravamo assieme a quelli condannati per reati comuni, ladri, delinquenti, mai due condannati politici nella medesima cella.
A Cremona ci sono stato fino al novembre. Il tempo passava giocando a bocce con la mollica del pane, dormendo e la solita passeggiata giornaliera all'aperto.
Ne avevo voglia anch' io di fare il giovanotto, ma non potevo non resistere vedendo quello che facevano i fascisti. Non mi trovavo pentito di trovarmi in galera. Anche quando ero ragazzo e andavo a scuola a Cremona e vedevo quello che facevano i fascisti, in me avevo una ribellione fortissima.
Da ragazzo, prima di tutto, non hai una preparazione, agisci per impulso, ma allora chi ci ha fatto maturare sono stati i fatti, quello che vedevamo tutti i giorni: bastonate a uno, olio di ricino a un altro, corse su corse, perché di sera non si poteva girare, farti vedere a parlare assieme agli amici non potevi. Era una situazione bestiale ed è per questo che ci siamo temprati, abbiamo tenuto duro e abbiamo creduto.
In galera noi condannati politici venivamo più rispettati dai secondini e dai compagni di cella a confronto di quelli per reati comuni ed era una soddisfazione per noi.
Ai primi di novembre ci cambiano prigione. Ammanettati, uno attaccato all'altro, in lunghe file veniamo smistati in carceri diversi: chi al carcere di Mantova, chi ai reclusori di Parma e Castelfranco Emilia. (A. N. Operaio)

Ci stavamo da pochi giorni nel carcere di Castelnuovo Emilia che ci trasportano di nuovo chi lo sa dove. Ci scaricano a Bologna e lì passiamo un giorno e una notte senza che ci dessero da mangiare.
Alla mattina sentiamo un gran baccano e i secondini aprono tutti i catenacci delle celle e gridano:
"Fuori! Fuori! Andate a casa vostra! Fuori!"
"Ma come fuori! - dico io ai miei amici - io da qui non mi muovo. Adesso che ci sono in galera ci resto se non mi danno i soldi per tornare a casa! Devono pagarmi il viaggio! Altrimenti portatemi a Piadena con le manette e i carabinieri di scorta".
Andammo dai capi a reclamare e ci diedero i soldi del viaggio. (M.P. ferroviere)

Ci restammo poco nel carcere nuovo. Al 12 di novembre il Duce dà l'amnistia del decennio e noi veniamo liberati.
A Piadena la stazione è piena di gente che ci aspetta, tutti sono contenti e ci abbracciano e ci baciano.
"Bravi! Bravi!" ci dicono.
Il primo che mi ha abbracciato è stato il Muleton. Ne dovevano ancora passare di anni per essere veramente liberi. (A.N. Operaio)

1934: Il Duce a Cremona

Il Duce doveva venire a Cremona e io il giorno prima stavo giocando a bocce dalla Ines, quando viene un carabiniere che mi dice:
"Il maresciallo le deve parlare!"
"Va bene! Appena finita la partita vengo."
"Cosa c'è?" chiedo al maresciallo quando sono arrivato in caserma.
"Domani a Cremona viene il Duce. Fai il possibile di non allontanarti da Piadena!"
"Perché non posso andare a vederlo?"
"No, tu devi restare a Piadena".
"Ed io invece ho proprio intenzione di andare a vederlo!"
E mi misero dentro per due giorni e una notte. (M. P. Ferroviere)

1-5-1935: Sciopero in campagna

Da quando il Fascismo andò al potere, anziché festeggiare, il primo maggio per noi braccianti si cominciò a lavorare 10 ore al giorno sempre per la medesima paga. Prendevamo 5 lire al giorno.
Io lavoravo alla "Palazzina" da Rivaroli. Ne avevamo parlato tra noi, sotto il portico, intanto che si aspettava l'ordine, nei giorni precedenti, per l'orario che dovevamo fare dal primo maggio.
"Lavoriamo due ore di più e prendiamo la stessa paga!"
"L'industria però fa solo otto ore e solo a noi disgraziati ne fanno fare dieci!"
"E se dovessimo non farle le due ore in più?"
"Ti ammazzano!"
"Tentare però!"
C'eravamo in dieci o undici a lavorare sotto, e ognuno diceva la sua. C'era Rota, Calcina e anche Giuvanin de li predichi.
Eravamo riusciti a convincerci di attaccare un' ora dopo al pomeriggio del primo maggio e con noi avevamo convinto anche quelli della cascina di fronte di Nostrini che occupava sei o sette uomini. Mai tentate cose simili in 12 anni di fascismo a Piadena.
La mattina del 1 Maggio, Calcina domanda al mio padrone se mi lascia andare da lui nello stallo per curare i cavalli. Allora ce n'erano tanti perché i trattori li avevano soltanto le grandi aziende e a Piadena si potevano contare su una mano quelli che l'avevano.
Così ho fatto venire mezzogiorno e all'una il mio padrone mi manda col trattore da un suo parente a
andare sullo stradone e ho fatto la strada di Canneto, Acquanegra, Mosio, tutte strade basse per arrivarci e sono arrivato là alla sera che erano le dieci.

In cascina i miei compagni avevano attaccato un ora dopo e per quel giorno avevano fatto otto ore. Quando vengo a casa alla mattina sento che i carabinieri mi cercano.
Viene a casa mia ad arrestarmi il maresciallo Pagano e mi porta in caserma.
"Chi ha organizzato di fare otto ore ieri?" mi domanda.
"Noi ci siamo messi d' accordo sotto il portico."
"Perché?"
"Perché dobbiamo lavorare 10 ore per la stessa paga?"
"Chi ve l' ha detto di farlo?"
"Noi l'abbiamo deciso!"
"Ma non sapete che non si può sabotare il lavoro?"
E dura un pezzo la musica, vogliono sapere chi è stato ad organizzare lo sciopero. Poi mi sbattono a Casalmaggiore. Là il pretore mi interroga una volta o due e sono pressappoco le medesime domande dei carabinieri.
Faccio amicizia con una guardia del carcere e gli dico del mio caso.
"Se applicano l'Art. 511 con tre mesi te la cavi."
Il pretore mi interroga ancora:
"Chi è che ha animato questa protesta ed è venuto alla decisione? Vi ha suggeriti qualcuno?"
"Ma no, siamo stati noi."
Dopo sei giorni mi mollano e vengo a Piadena. Passa qualche giorno e mi prendono di nuovo. Viene il maresciallo in casa mia e mi dice:
"Deve venire in caserma!"
"Per cosa?"
"E' a disposizione della Questura di Cremona!"
Arrestano anche Calcina e ci spediscono a Cremona. In carcere siamo in sette. Io sono l'unico condannato politico e passiamo il giorno giocando a dama con la mollica del pane. E' un interrogatorio dopo l'altro, nei primi giorni,mi avranno interrogato due volte al giorno:
"E' lei che ha organizzato di non fare le 10 ore al giorno?" mi domandavano.
"Ma no, siamo stati tutti assieme."
"E da chi siete stati suggeriti?"
"Ma da nessuno, siamo stati noi. Li discutiamo i nostri problemi."
"Voi un giorno vi viene in mente di non fare le 10 ore e il giorno dopo, quando si deve cominciare l'orario nuovo non lo fate?"
"Questi sono problemi nostri, e la mattina e al pomeriggio, intanto che stavamo ad aspettare l'ordine, ne abbiamo parlato".
"E tutti eravate convinti di non fare le 10 ore?"
"Tutti!"
"Ma deve essere nata da qualcuno questa idea, o deve essere stata suggerita."
"Ma no, l'abbiamo decisa noi."
Ce l'avevano una paura che sotto sotto, questo nostro fatto isolato, fosse la prima conseguenza di una organizzazione segreta, in campo più vasto, ed era a questo che miravano i loro interrogatori. Avevano paura che noi contadini fossimo segretamente organizzati e volevano scoprire la fonte. Ma non ce n'erano di organizzazioni segrete, con tutta quella paura che aveva addosso la gente.Forse è stata l'unica ribellione che si è avuta nel ventennio, nella campagna piadenese.
La gente allora stava in casa alla sera, erano poveretti tanto e di soldi di andare all'osteria non ne avevano. Ci vedevamo alla festa, ma nelle osterie non si parlava di queste cose, parlavamo solo quando eravamo tra noi e noi.
Calcina intanto dopo otto giorni lo rilasciarono.
Mi interrogavano continuamente, volevano sapere dove ero stato la notte del 30 aprile, con chi ero stato e saltarono fuori i nomi dei miei compagni. Dopo 15 giorni che ero dentro arrestano anche Rota e non so perché abbiano arrestato proprio lui, con quelle sponde del Podestà e dell'avvocato che aveva! Lo interrogano e dichiara che ero stato io ad organizzare tutto. Seguono i miei interrogatori e mi riferiscono delle sue affermazioni, io non sapevo come dimostrare che eravamo stati tutti a decidere di fare otto ore,e gli dico:
"Mettetemi a confronto con lui e sentirete chi ha torto."
E lo fanno il confronto.
"Sei stato tu a metterci su e a dirci di fare otto ore invece di dieci" - mi diceva lui.
"Non ti ricordi quando sotto il portico ne abbiamo parlato e eravamo tutti d'accordo di starci?"
"Ma sei stato tu che hai organizzato tutto".
"Tu però non hai detto di non starci."
Intanto i questurotti ci stavano attorno, e vedendo che quello negava tutto quello che io affermavo, mi dicevano:
"Sei un vigliacco, un vigliacco" e intanto che parliamo mi arriva una stangata addosso che mi fa sobbalzare.
Si trema in certi momenti della vita quando si è di fronte ad uno col quale si è complottata una azione e lui lo nega per non andare nei pasticci. Viene messa alla prova l'onestà di una persona in questi momenti di paura che sono così tremendi.
"Io non ti ho obbligato a fare otto ore e se le hai fatte sei stato tu a volerlo."
"Per forza, ci avevi messi tutti d'accordo."
"Ma se non c'ero neanche, io, il primo maggio con voi a lavorare. Alla mattina ero andato a fare lo stallaio da Calcina e al pomeriggio il padrone mi ha mandato a Casatico. Quel giorno ne ho fatto 15 di ore non 10 e se non eravate convinti di attaccare un 'ora dopo, potevate attaccare prima."
I questurotti capirono che non tutta la colpa era mia e che anche lui aveva la sua parte di responsabilità.
"Vigliacco! - gli dissero - perché non vuoi ammettere che anche tu hai la tua parte di responsabilità?"
Dopo un pò di giorni lo mollarono, ma io no. Passò una settimana, due, tre, un mese e non mi dicevano più niente. Mi era arrivato all'orecchio che avrebbero potuto appiopparmi 5 anni di confino. Mi dissero anche che nella mia condizione avrebbero potuto aggiungere all'Art. 511 anche il 514 e la pena di detenzione andava allora dai 6 mesi ai 2 anni.
Un giorno mi comunicarono che annullavano tutto e mi avrebbero fatto il processo.
Venni a conoscenza del nome di un avvocato che poteva fare qualcosa per il mio caso: l'avvocato Chiappari.
Domandai di scrivergli e fissai un colloquio in galera.
"Perché non mi hai informato prima?" - mi ha detto l'avvocato quando abbiamo avuto il primo colloquio.
"In questo tempo non si pensa neanche alla giustizia".
"Guarda, io ti difendo, ma non ti rappresento al processo perché altrimenti condannerebbero anche me. Questa è la libertà dei fascisti. Cercherò di domandare una amnistia, cercherò di fare qualcosa, parlare con qualche mio collega che ti difenderà".
Poveretto, era un gran bravo uomo, non mi ha mai domandato niente. E' che se mi domandava: "mandami un vaglia di 50 lire", non sapevo dove andarli a prendere.
Il processo lo fecero a Casalmaggiore, con tutti i testimoni che erano i miei compagni di lavoro. Avevano parlato tutti bene, solo Rota e Giuvanin de li predichi, dichiararono che la colpa era mia.
Il Padrone, un buon uomo, ha fatto del suo meglio. Ha detto che ero un buon bracciante e che lui era contento di me.
Il maresciallo di Piadena per farsi bello mi ricordo che dichiarò, le ho imparate a memoria le sue parole:
"Signor pretore le dico che l'imputato è un noto comunista, da me sorvegliato, sia lui che il fratello furono amnistiati nel 1932, risulta dalle mie indagini che è il colpevole".
E' su questa dichiarazione che si è appoggiata l'accusa. Il Pubblico Ministero propose una condanna di sei mesi con la condizionale. Quando alla fine il pretore lesse la condanna e sentii che mi condannavano ad un anno senza condizionale, mi venne un colpo.
Le condanne superiori ai sei mesi non si possono scontare nelle carceri dei circondari di Pretura, ma bisogna passare alle altre. Così mi mandarono di nuovo a Cremona.
Era lungo un anno, ma avevo la speranza di un'amnistia. Il mio avvocato aveva già fatta la domanda e c'era in ballo la principessa che doveva avere un figlio e in quei momenti il Re era di manica larga e c'era la possibilità di guadagnare qualche mese.
Finalmente venne al mondo il principino e io stavo in galera nervoso, sperando di giorno in giorno, nell'amnistia. Dopo 7 giorni che era nato e non mi era ancora arrivato niente, mandai a chiamare l'avvocato:
"Un po' di pazienza, vedrai che arriverà -mi disse lui- ne hanno da fare in questo tempo!"
Due ore dopo che lui era uscito è arrivata la carta. (F.R. Contadino)

1939: Mussolini e Hitler a Verona

E' stata una delle ultime volte che mi hanno arrestato. Era maresciallo uno che chiamavano Mezzamire ed era un buon uomo, di giorno mi teneva in galera e alla sera si prendeva la responsabilità di mandarmi a dormire a casa. Mi faceva accompagnare dai carabinieri e mi diceva di non farmi vedere fuori.
"Ma perché mi tengono dentro?" mi domandavo.
E' durata cinque giorni questa pantomima, poi dai giovani vengo a sapere che Hitler e Mussolini erano a Verona. (A.N. Operaio)

1939: Dichiarazione di sottomissione

Un giorno è venuto l'avvocato a casa mia e mi dice:
"Vieni in caserma che il maresciallo ti deve parlare!"
"Cosa volete ancora?" gli domando.
"Vuole parlarti, niente di straordinario. Ci sono anch' io là"
Poveretto, prima del fascismo era un repubblicano, al tempo del fascio è entrato nelle camicie nere come ufficiale della milizia e nel '45 faceva parte del Comitato di Liberazione. Non era l'unico, ce ne sono stati altri come lui. Voi siete giovani e ne vedrete tanti di pagliacci nella vita.
In caserma il brigadiere mi dice:
"Guarda noi non ti daremo più fastidio, poi è meglio anche per te se firmi questa dichiarazione!"
"Che dichiarazione?"
"Questa dichiarazione che ti sottometti al regime, e che non ti ribellerai a niente. E' una formalità, in fondo."
"Ho tenuto duro per 20 anni e adesso che siamo alla fine volete che molli?"
"Ma ti senti più libero, non hai più bisogno di essere chiamato in caserma."
"Io non la firmo - e rivolto al maresciallo - ma cosa crede, che questo regime sia intramontabile? Vedrà, non va tanto lunga. Io la mia libertà la ottengo senza firmare quella carta".
Certi l'hanno firmata. Tambroni è stato uno di quelli. (A.N. Operaio)

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Riflessioni (1962)

Poco tempo fa glielo dicevo nei campi al mio padrone:
"Si ricorda quando a Giorgio i fascisti con una stangata gli buttarono la pipa in strada?"
"Ah, ah, ah!" sghignazzò lui, ed era un suo parente quello "io però sono sempre un fascista" seguitò lui.
"Bravo!" - gli ho risposto- e ci rimanga sempre!" (R.A. contadino)

Non credo si possa cambiare la situazione italiana con una rivoluzione pacifica; per capovolgere, bisogna sempre prendere le armi. Una via di mezzo con la scheda elettorale non c'è. Vediamo le esperienze degli altri paesi: in Spagna con la scheda elettorale hanno vinto i democratici, i falangisti si sono rivoltati e adesso c'è Franco. La destra in Italia è forte perché ha i suoi alleati nella Democrazia Cristiana.
Poi c'è la gioventù che non ha ideali, disorientata da tutta la stampa borghese che circola. Che differenza tra loro e noi che nel periodo clandestino abbiamo lottato senza sapere se la Russia andava bene o no. La nostra fiducia era ravvivata da un giornalino da due centesimi.
Da un certo punto di vista il fascismo è stato un bene, perché ha fatto l'epurazione del partito comunista. Non c'era necessità di espellere questo o quello, perché quando c'era d'andare in galera, certi firmavano l'atto di sottomissione.
Secondo me i giovani non hanno fiducia in se stessi; ai miei tempi uno era per tutti e tutti erano per uno. C'è anche questa cattiva abitudine, certi iscritti ai partiti di sinistra, per sentire quello che dicono gli altri, leggono il Corriere e il Resto del Carlino, che sono reazionari. Ma prendete il vostro giornale, gli dico, fino a quando leggerete quelli, avrete la loro mentalità. (F.L. Operaio)

Io penso che tutti i veri democratici debbano augurarsi che ci sia in Italia un forte Partito Comunista. E' questa la garanzia maggiore che il fascismo, con le sue angherie e con le sue violenze in Italia non torni!
Ci sono, è vero, tante altre forze democratiche in Paese, ma che a mio parere non sarebbero nè capaci nè sufficienti ad opporsi da sole a tale pericolo. I motivi di questa mia convinzione li ho tratti da tanti anni di esperienza e di lotta: guardandomi attorno, analizzando le persone e i movimenti, cosa rappresentavano, chi erano e di quale combattività erano dotati, nei tempi difficili.
Stiamo ora provando e guardiamo con grande speranza a questa svolta a sinistra, nella politica italiana.
Mi auguro che ciò soddisfi i desideri di tutti i democratici, io però penso alla Germania dopo la prima guerra mondiale, al suo grande Partito Socialdemocratico (18.000.000 di voti), alla Francia di Guy Mollet e alla svariata gamma di socialismi esistenti in quel paese: è cosa recente il parto del governo De Gaulle. Penso alla Spagna repubblicana sorta dalla vittoria del Fronte Popolare e alla sua fine... (A.N. Operaio)

Adesso è più feroce, figli, state attenti, io lo dico sempre: se ritorna al potere il fascismo ci bruciano tutti. Adesso sono più avviliti che nel '22, sono un po' di anni che non possono più maneggiare, ma se mollaste voi giovani, state sicuri che non staremmo fuori dopo cena. A quel tempo non si vedeva un'anima viva fuori di sera. Appena che imbruniva, in casa. Alla festa niente, nè ballo nè saltare, schiave, schiave, ecco. (B.A. Casalinga)

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Conclusioni:

Il cuore del popolo, che è la coscienza politica e di classe dei lavoratori, è istintivamente contro il fascismo, perché vuole un paese pacifico in cui si lavori, si studi, si canti in libertà. Una libertà che non sia solo quella di gridare la nostra miseria a chi non vuole ascoltare. Vogliamo fare qualcosa per trasformare il nostro paese da vecchio a giovane, moderno e libero. Vogliamo istruirci, scoprire, lavorare, essere giustamente retribuiti, sentirci parte del tutto "nostro". Perché soltanto se si avvera ciò, possiamo dire che viviamo nella democrazia e nella libertà. E soltanto così il fascismo sarà finito per sempre.
Noi giovani.

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